SEMPLICEMENTE MARIA

Il dramma della disidentità
(volendo esagerare)

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giovedì, 16 giugno 2005

Io e Eleonora

Blog delle mie brame,
chi è il blogger più figo, più colto
e più spiritoso del reame?

Eleonora, una volta eri tu,
ma adesso io lo sono di più.

Ci amiamo forse, o ci siamo amate.
Per questo abbiamo assaggiato l'una dell'altra
la seducente mela avvelenata.

postato da: solomaria alle ore 23:36 | link | commenti (2)
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domenica, 12 giugno 2005

Sguardo
 
Io guardo te che mi guardi. Tu non sai cosa sia questo mio guardare, né cosa vedo. Ma è me stessa che sto cercando di vedere, guardandoti.
Miopia fondamentale: io non mi vedo. E più mi avvicino, meno mi vedo. Allontànati, guardami da più lontano.
Così come non conosco la mia voce, e quando la sento al registratore non la riconosco, allo stesso modo io non so la mia immagine, la mia anima.
Guardami, per favore, e dimmi cosa vedi, come sono, chi sono.
No, non ho detto "toccami", stronzo. Guardami, fammi un ritratto, dimmi che mi ami, ma dopo avermi detto perché mi ami. Oppure odiami, ma dimmi perché mi odi. Guarda, posso fare una faccia disgustata. E poi non mi sono truccata. Ho un aspetto orribile. Non mi trovi sgradevole, scontrosa, scostante? Scòstati, per favore, e guardami. Ho tutti i capelli per aria, un serpente per ogni capello. Sono Medusa. Com'è che non ti tramuti in pietra, testa di cazzo?
Ti ho detto NON TOCCARMI, coglione!... Sai una cosa? Penso che non farò mai più l'amore con te. Mi guardi da mezz'ora e vedi solo le mie tette. 
postato da: solomaria alle ore 12:13 | link | commenti (10)
categorie:
lunedì, 06 giugno 2005

Inschrift

Als du fortgingst...
Ma forse è meglio postarla in italiano


Epigrafe

Quando partisti, come è nostra usanza,
inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
Ti misero l'ombrellino da sole
perché andavi in un torrido regno
e ti vestirono di bianco.
Eri ancora una bambina,
una bambina difficile a crescere.
Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
custodita e portata alla luce
come matura la spiga in un campo esausto.
Io ricordo, sorella, il tuo pigolío
quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
perché volevi andare a stare sul tetto.
Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.

Ti misero nella cassa gli oggetti piú cari,
perfino una monetina d'oro nella mano
da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
all'altra riva. Noi restammo di qua
nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
Per un po' di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
Ci raccogliemmo intorno al camino
pensando al tuo grande viaggio,
alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
La nonna stava ad aspettarci da anni.
Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
Nell'immensa plaga, in quella lunga quarantena
come avete fatto a riconoscervi?

Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti piú cari,
il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori. 
La mamma ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
Dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
e tenne per lungo tempo la casa aperta
nella speranza che tu potessi tornare.

Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
a dirci che ti aveva sognata.
La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
e tu l’avevi visitata.
Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
che ella non sapeva: perché non sentiva in sogno
e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
Mia madre rovistò tra le tue carte,
stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.


Guardammo per l’ultima volta
la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
scritto dalla tua piccola mano.
Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
della compagna che tu avevi prediletta.
Anch’essa venne vestita di bianco
nell torrido regno da cui nessuno è mai tornato.


(Novalis, traduzione di Leonardo Sinisgalli)

postato da: solomaria alle ore 19:11 | link | commenti (10)
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sabato, 04 giugno 2005

Giuramento

Che io possa morire adesso
e possa essere torturata con ferri ardenti
accecata d’ambo gli occhi
e squartata da quattro cavalli

che io mi possa svegliare domani
piena di rughe, più vecchia di mia madre
che si apra la terra e io sprofondi
con la mia casa e il mutuo
e le piante sul poggiolo
che tanto creperebbero comunque

che mi s’inaridisca il ventre
o che io possa partorire un mostro con sette teste
una testa alla volta
e che prima di uscire dal mio corpo
il mostro mi mangi l’utero e le ovaie

che tutto questo mi succeda
e altro di ancora più terribile
se alzo quella cazzo di cornetta
e faccio il tuo numero

postato da: solomaria alle ore 20:37 | link | commenti (6)
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mercoledì, 01 giugno 2005

Fare, dire l'amore

Abbiamo fatto sesso, come dici.
E il sesso ci ha fatti felici
per una mezz'ora, poi,
l'indomani,
mi girava la testa, avevo la nausa
e non potevo essere incinta.

Anche a me, ti assicuro,
ti rassicuro,
non è dispiaciuto. Hai il vigore
e la dolcezza di un mulo,
ma ho goduto, lo giuro.

Eleonora mi ha detto:
la prossima volta
tienilo tu, prendilo
sotto di te, immobilizzalo. Oppure legalo
alla spalliera del letto,
e poi non farlo, il sesso,
ma parla, parla d'amore.

Non farlo, dillo, pàrlalo, raccontalo,
bacialo, leccalo
dall'ombelico in su (non lui,
ma l'amore).

postato da: solomaria alle ore 20:51 | link | commenti (5)
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